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IL DIRITTO DI TAPPO

Quando il cliente porta il vino da casa

L’estate del 2024 è ormai alle porte e la stagione turistica si appresta ad entrare nel vivo; e così, anche quest’anno, non mancano le polemiche sugli scontrini “pazzi”, le lamentele da record
dei clienti e gli attacchi nei confronti di alcuni esercenti.
Abbiamo già affrontato le questioni del “coperto” e del “servizio al tavolo” e quando queste possono essere applicate o meno dal titolare dell’attività; ma ci sono altre voci che i consumatori potrebbero vedersi addebitate nello scontrino.
È il caso del sovraprezzo applicato all’interno di un locale per il servizio di stappare e versare una bottiglia di vino, non acquistata in quello stesso ristorante, ma portata da fuori.
Questa pratica poco conosciuta in Italia, rispetto agli Stati Uniti d’America o la Gran Bretagna, ma che piano piano si sta diffondendo nel nostro paese, viene definita diritto di tappo.
Iniziamo spiegando che non c’è una regola scritta che disponga come e quando tale pratica possa essere esercitata, così come non si può parlare di un vero e proprio diritto da parte del cliente; la questione, infatti, è lasciata alla discrezionalità delle parti.
Il ristoratore è libero di decidere se concedere o meno al consumatore di portare una bottiglia di vino acquistata all’esterno, così come è libero di decidere se e quale prezzo applicare nel conto finale per il servizio.
Dobbiamo, infatti, considerare che il ristoratore deve usare le proprie risorse per venire incontro a tale esigenza del cliente; il personale di sala dovrà provvedere alla stappatura della bottiglia e al versamento del vino nei bicchieri o nel decanter serviti e lavati dal ristorante.
Se poi il vino va inserito nel cestello con ghiaccio, allora i costi saliranno; la disponibilità dell’esercente non deve implicare il diritto al servizio gratuito da parte dell’avventore.
Ma attenzione a non confondere il diritto di tappo, con il diritto di portare bevande o prodotti da casa, anziché acquistati all’esterno; se un consumatore volesse portare al ristorante una bottiglia di vino senza etichetta e senza alcuna informazione circa l’origine del prodotto, allora in questo caso l’esercente deve rifiutare l’introduzione e la consumazione del prodotto all’interno della sua attività.
In questo caso la legge è piuttosto chiara; non si può introdurre all’interno del ristorante (o qualsiasi altro locale di somministrazione di cibo e bevande) una bevanda o un alimento preparato a casa o di cui non si conosce la provenienza degli ingredienti.
Il gestore, nel caso accettasse di servire comunque il prodotto privo dei dati sulla provenienza e produzione, sarebbe direttamente responsabile qualora ci fosse un malore da parte dei commensali,
con la conseguenza che sarebbe chiamato a rispondere personalmente e a risarcire il danno al malcapitato di turno.
Un’eventuale risposta negativa alla richiesta di servire cibi o bevande preparati in casa, non solo è legittima, ma è l’unica prevista dalla legge e rappresenta una forma di tutela del gestore nei confronti di sé stesso.

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