San Matìo: una passione di famiglia che diventa vino

Michele Genovese racconta l’anima di una giovane realtà vitivinicola nel cuore della Marca Trevigiana

Tra sperimentazione, micro-vinificazioni e un sogno che prende forma a Camalò di Povegliano: San Matìo è la storia di una passione di famiglia che ha scelto di percorrere una strada fuori dagli schemi.
Abbiamo intervistato Michele Genovese, co-fondatore insieme al fratello Davide di questa giovane realtà vitivinicola, per farci raccontare com’è nato il progetto, quali sfide affrontano ogni giorno e cosa immaginano per il futuro.

Come nasce San Matìo e qual è la filosofia che guida la vostra produzione?
San Matìo nasce da una passione autentica, quasi per gioco. La nostra famiglia possedeva alcuni terreni, ma non erano destinati alla viticoltura. Non proveniamo, insomma, da una tradizione vinicola consolidata. Tutto è partito da me e mio fratello Davide: ci incuriosiva il mondo dell’enologia e abbiamo iniziato a sperimentare piccole micro-vinificazioni, usando uve provenienti da lotti selezionati nei dintorni della Marca Trevigiana.
L’arte della vinificazione ci ha affascinato fin da subito, al punto che nostra madre, Gabriella, ha deciso di credere in noi e nei nostri sogni, affidandoci la gestione dei terreni di famiglia.
È così che abbiamo iniziato a piantare i primi vigneti.
Fin dall’inizio, la nostra filosofia è rimasta chiara: produrre solo piccole quantità, solo nelle annate davvero interessanti, per dare una nostra personale interpretazione al mondo del vino. Ogni bottiglia nasce da un’idea precisa e da un’attenzione quasi maniacale al dettaglio.

Cosa rende unici i vostri vini?
Tutti parlano di passione, cultura, rispetto: valori fondamentali, certo, ma comuni a molte realtà. Quello che ci distingue, forse, è la scelta di andare controcorrente.
Siamo nel cuore della Marca Trevigiana, patria del Prosecco, eppure abbiamo deciso di investire in un’altra direzione: vini fermi, varietà quasi dimenticate, vitigni che un tempo popolavano questa terra ma oggi sono quasi scomparsi.
Il Camaladum, il nostro bianco, e il Categorico, il nostro rosso, nascono da questo desiderio: riscoprire l’identità originaria della nostra zona e reinterpretarla in chiave personale.
Il Prosecco resta un’eccellenza indiscussa, ma noi vogliamo affiancargli qualcosa di diverso, qualcosa che racconti un’altra storia della nostra terra.

Qual è la sfida più grande che affrontate oggi?
Siamo una realtà giovane, partita da zero: non abbiamo (ancora) una nostra cantina, gestiamo pochi ettari di vigneto e non produciamo vino tutti gli anni. Solo quando l’annata lo merita davvero decidiamo di dare vita a una nuova “esperienza”, così ci piace chiamare le nostre etichette, ognuna numerata e unica.
La sfida più grande è riuscire a mantenere questa filosofia artigianale, seguendo ogni fase – dalla raccolta alla vinificazione – con cura estrema, anche senza strutture proprie. Collaboriamo con piccole realtà del territorio che ci permettono di lavorare come vogliamo: con precisione, rispetto e dedizione assoluta.
Fare micro-vinificazioni è complesso, richiede attenzione costante e una visione molto chiara, ma ci regala risultati autentici, che ci rappresentano fino in fondo.

Cosa sognate per il futuro di San Matìo?
Il mondo del vino sta cambiando rapidamente: tra nuove tendenze, come i vini dealcolati, e l’evoluzione del gusto dei consumatori, le sfide non mancano.
Il nostro sogno? Diventare sempre più autonomi. Un giorno, magari, realizzare la nostra piccola cantina, un luogo che rappresenti davvero la nostra visione.
San Matìo si trova a Camalò di Povegliano, che per noi è “il centro del mondo”.
Vorremmo che chi ci conosce, chi ci assaggia, non si limitasse a ricordare un’etichetta, ma vivesse un’esperienza. Un racconto fatto di passione, cura e rispetto per quello che facciamo ogni giorno.

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